Centro per lo studio e la selezione del
Molosso del Tibet originale

amdo khyi

Esemplare del centro Amdo Khyi

Il Mastino Tibetano tra tipi e partiti

parte III

di Manfredi Picca

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Ma a questo punto arriva la domanda fondamentale: è davvero possibile parlare di migliore Mastino del Tibet tra tanti, diversi e disomogenei ma ugualmente aborigeni (nel senso di nativi) cani del Tibet? La risposta naturalmente è no, perché ogni variante che si trova sul territorio è stata plasmata dal territorio stesso e di quel territorio è legittima figlia. Però non si può neppure negare che il Mastino Tibetano possieda solo una caratteristica genetica che è unica nel suo areale di competenza, nonostante si presenti in una moltitudine di tipologie diverse. Una sola caratteristica che è solo sua e di nessuna altra razza tibetana.

Il Do Khyi è stato per lungo tempo considerato il padre fondatore di tutte le razze di tipo molossoide, l'anello di congiunzione tra i così detti “cani da montagna” (Terranova, Cane dei Pirenei, Pastore del Caucaso etc) e i mastini (Mastino Napoletano, Mastiff inglese, Dogue de Bordeaux etc). I ritrovamenti fossili, lo studio dell'origine e dello spostamento dei popoli, gli esami genetici sul DNA etc., continuano a non negare la sua primigenia di sangue sulle altre razze canine, o perlomeno su quelle razze che sono state attribuite come sua discendenza, nonostante da anni siano in circolazione teorie alternative che comunque non mettono in discussione che la più antica e meno inquinata forma di molosside attualmente esistente sia la sua.

wolly wolf

Canis lupus chanco, più conosciuto come Lupo Tibetano

D'altronde tra le diverse sottospecie di lupo grigio presenti nel mondo, è proprio il lupo tibetano, il woolly wolf, che molti scienziati riconoscono quale progenitore dei cani domestici per le sue caratteristiche uniche, compatibili anche con l'evoluzione dei molossoidi. È quindi lecito aspettarsi nel Molosso Tibetano quei tratti fortemente “mastini” che successivamente hanno potuto consentire lo sviluppo dei moderni molossi occidentali.

Consideriamo che più una caratteristica morfologica si distanzia dal tipo selvatico (il modello lupo) più quella caratteristica è geneticamente recessiva e non si esprime, o si esprime in minima parte, negli accoppiamenti in eterozigosi. Una testa pesante per esempio, con muso corto e quadrato, labbra pendenti e stop marcato, è recessiva su una testa leggera, più lupoide e quindi più selvaggia. Accoppiando un cane di tipo lupoide o primitivo con un cane molossoide si tenderà ad avere cuccioli molto più vicini al genitore primitivo che al molosso. D'altronde diversi studi hanno confermato come qualsiasi cane reintrodotto allo stato selvatico, tende in poche generazioni a regredire anche morfologicamente al modello lupo, quale che sia la sua razza di provenienza.

Ugualmente questo avviene nel Tibet, dove insieme al Mastino convivono altre tipologie di cane dai tratti più “selvaggi”, e comunque differenti, che proprio con il Mastino si sono frequentemente, casualmente, accoppiati. Oltre ai piccoli cani storici infatti, esistono varietà anche di cani di taglia più grande come, ad esempio, un grosso Chow Chow di colore nero del quale parla per la prima volta il volume The Kennel Encyclopedia nel 1908:

Un altro grande cane costantemente trovato in Tibet era un grande Chow (Chow) nero, in genere con una macchia bianca sul petto e bianco sulle zampe anteriori. Uno di questi è stato portato giù a Rawulpindi, ma lì morì di cimurro. Dal fatto che ha la lingua nera e la bocca dello Chow, la razza è probabilmente un puro Chow, anche se per il clima freddo e l'alta quota sono cresciuti molto più grandi degli Chow comuni. Vengono descritti come molto feroci, ma quando sono presi da cuccioli diventano molto docili e affettuosi.

 
tibetan mastiff chow chow

Incrocio tra Mastino Tibetano e Chow Chow in Cina

La commistione tra lo Chow Chow ed il Mastino Tibetano è molto antica e risale appunto alla stessa origine dello Chow Chow. Alcuni moderni Do Khyi da allevamento vengono talvolta accusati di ricordare troppo lo Chow Chow, di essere anzi dei veri e propri Chow Chow giganti. E se è vero che in Cina sono stati fatti alcuni accoppiamenti puramente speculativi, gratuiti e disastrosi con lo Chow Chow per definire un tipo di cane impuro ma che soddisfa il gusto cinese, è vero anche che lo Chow Chow “gigante” è testimoniato in Tibet già all'inizio del Novecento, e non è quindi una novità nella complicata storia del Do Khyi. I Do Khyi nativi che presentano la lingua macchiata di blu come lo Chow Chow sono moltissimi ad esempio, e molti sono anche quei soggetti che hanno una conformazione della testa che ricorda molto da vicino quella del cugino cinese. Questo potrebbe essere considerato del tutto naturale se, come le teorie sulla nascita dello Chow Chow sostengono, questa razza deriva proprio dal Mastino Tibetano. Sarebbe invece un segno di ibridazione sul territorio se non fosse così.

Ma tra tutte le diverse tipologie di cani tibetani, le più importanti per comprendere la natura ambigua del Mastino Tibetano in Tibet, sono gli Sha-Kyi i cani da caccia o da carne non riconosciuti in Occidente come razza, ma ben descritti già nel 1937 da Eric Bailey:

sha khyi

Sha Khyi fotografato da Bailey

Oltre alle razze conosciute cui ho accennato, lassù ci sono altre due razze molto ben definite di cani tibetani. Il primo è il cane da caccia, conosciuto nel Tibet come Sha-Kyi. Kyi in tibetano significa cane. Questo cane è all'incirca della taglia di un Airedale. Il folto mantello è di colore grigio-crema. La coda è portata arrotolata sul dorso, ma talvolta può essere portata bassa. La testa è allungata ed è di colore nero, che sfuma nel grigio del corpo. Le orecchie pendono in avanti. Il cane è usato per la caccia. Viene portato al guinzaglio in vista della preda e liberato.

Prima di Bailey, nel 1908, anche il Revenerdo Bush, pur non sapendo come identificarli perché non riuscì a vederli di persona, aveva parlato dell'esistenza di questi cani:

Loro (i tibetani abitanti nel Kham, ndr) dicevano di allevare anche una specie di Greyhound, ma nessuno ebbe la possibilità di vederne uno.

La presenza dello Sha-Kyi in Tibet, e di una lunga serie di ibridi relativi alla fusione tra Sha Khyi e Do Khyi è appunto determinante per la comprensione delle importanti differenze presenti nel Molosso del Tibet: basta infatti un singolo cane dai tratti “selvaggi” e quindi lupoidi, in un gruppo di cani molossoidi per far regredire il tipo molossoide.

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Bothia o cane da pastore himalayano

Un'involuzione di questo tipo è probabilmente avvenuta in Nepal e negli altri territori a sud e a nord dell'Himalaya: il Bothia indo-nepalese infatti, è a sua volta figlio di una regressione del modello molossoide del Mastino del Tibet dovuto con grande probabilità ad incroci causali con i Pariah indiani o simili, cani randagi semi selvatici che vivevano (e vivono) ai margini degli insediamenti abitati. E non per caso la taglia si è alleggerita , la struttura brachimorfa e divenuta in alcuni casi perfino mesomorfa, il pelo si è accorciato, la testa si è allungata le orecchie sono divenute più piccole.. ma nonostante questo la selezione occidentale ha potuto negli anni tirare nuovamente fuori i caratteri molossoidi comunque presenti, per quanto in forma recessiva o comunque non completamente espressa, in quei cani. D'altronde quando Bush scrive “A volte esemplari abbastanza perfetti di Tibetan Mastiff si trovano con i Bothia”, non fa altro che confermare come i geni del puro Mastino Tibetano, inquinati da accoppiamenti con altre tipologie di cani in Nepal e in India, così come anche nel Tibet, ritornino occasionalmente manifesti negli accoppiamenti tra due esemplari impuri ma entrambi portatori dei geni recessivi peculiari della pura razza molossoide.

tibetan dog

Cane di strada fotografato nei pressi del tempio della principessa Wen Chen, nella valle Binang, in pieno altopiano tibetano. Nonostante gli arti lunghi, il petto stretto e corto e la struttura complessivamente leggera, l'esemplare conserva tratti fortemente molossoidi ed occipite pronunciato tipici del Mastino Tibetano. Foto M. Picca

In un contesto come quello tibetano, dove la varietà di tipologie canine era molto alta così come era alta la possibilità che queste tipologie si incrociassero tra di loro, l'esistenza nel di cani marcatamente molossoidi è sorprendente, perlomeno da un punto di vista strettamente evoluzionistico. Perché non solo il Do Khyi queste caratteristiche le ha sviluppate, ma le ha anche mantenute nei secoli nonostante la continua regressione cui era soggetto dall'incontro con altre tipologie di cani morfologicamente primitivi e quindi geneticamente dominanti sulla figliolanza. E sono quindi proprio queste caratteristiche da considerare le migliori, è la tipologia marcata, la più molossoide, la più distinta dal tipo selvaggio, lupoide, da considerare la più pura; perché se esiste anche solo in pochi esemplari (e non potrebbe essere altrimenti), nonostante sia recessiva, significa che è la meno inquinata, la forma più specializzata che la razza ha assunto.

Si potrebbe obbiettare che il modello primitivo, in quanto tale, dovrebbe essere il preferito poiché, appunto, più vicino al modello ancestrale. Ma primitivo ed antico non sono sinonimi, anzi spesso possono assumere perfino un significato contrario. Quando si parla di cane primitivo si intende un cane che si è evoluto molto poco rispetto all'antenato selvatico; una selezione fatta oggi direttamente sul lupo porterebbe a cani primitivi, non certamente a cani antichi. Il Cane Lupo Cecoslovacco ad esempio (nato dall'incrocio tra il Pastore Tedesco e il lupo grigio dei Carpazi), è una razza primitiva ma anche una razza nuova. Il Mastino Tibetano, che pure conservava caratteristiche biologiche e comportamentali primitive ed uniche nel panorama canino mondiale, con i suoi oltre 30.000 anni di storia evolutiva è invece un cane antico, forse il cane più antico esistente, che in quanto tale ha potuto nel tempo separarsi distintamente dal progenitore, specializzarsi morfologicamente per meglio adattarsi al suo ruolo.

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Mastini Tibetani in Tibet. Foto M. Picca

E' oggettivo che in Tibet i cani così detti “migliori”, quelli che venivano tenuti per prestigio personale da potenti monaci, lama e ricchi mercati, erano proprio le tipologie più marcate, più molossoidi, già nei tempi antichi ritenute evidentemente più pure. Quando non erano di proprietà della potente élite feudale, questi cani non si trovavano quasi mai lungo le grandi vie commerciali, perché l'alta concentrazione di ibridi ne faceva continuamente regredire il tipo. Erano invece presenti nelle più sperdute e recondite vallate dell'altopiano dell'Amdo e del Kham dove i contatti tra le persone erano sporadici non solo nel corso dell'anno ma perfino nel corso della vita, e dove quindi i gruppi locali di Do Khyi fortemente consanguinei, hanno in alcuni casi potuto esprimere i loro caratteri recessivi (tratti molossoidi, e pelo lungo) in modo molto evidente.

Da anni si parla giustamente del problema degli incroci tra il Mastino Tibetano ed altre razze in alcuni allevamenti in giro per il mondo. Ed è vero senz'altro che in occidente prima ed in Cina dopo si è, in alcuni casi, cercato scandalosamente ausilio nel meticciamento per ridicoli fini ideali nel migliore dei casi, o per vergognosi scopi commerciali nel peggiore, ma è altrettanto vero che anche nel Tibet gli esemplari di razza pura sono una piccolissima minoranza all'interno della popolazione globale dei cani genericamente identificati quali Do Khyi. E non certamente perché qualcuno ha deciso così per personale opportunismo, semplicemente perché storicamente il Tibet è pieno di cani di diverse tipologie, e quindi anche di meticci di queste stesse tipologie, l'80% dei quali ricorda molto da vicino il Mastino Tibetano, del quale d'altronde sono derivati.

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Cucciolo di Apso Do Khyi in Tibet. Foto M. Picca

I geni alieni nel DNA del Mastino sono immediatamente riconoscibili solo in alcuni casi, quando ad esempio nascono degli esemplari a pelo duro da soggetti a pelo liscio. In effetti, per quanto sia affascinate parlare del bellissimo e misterioso Apso Do Khyi, il già citato Mastino Tibetano a pelo duro, leggendo la sua stessa esistenza da punto di vista unicamente genetico, dovremmo prendere atto di quanto è sporco, di quanto è inquinato il sangue del Do Khyi nel Tibet da sempre perché, addirittura, possano nascere cani a pelo ruvido, da Mastini apparentemente puri, aborigeni ed a pelo liscio. Ma quando invece negli incroci sono presenti geni dominati meno decifrabili come quello degli Sha Khyi, un cane che inserito nel corredo genetico del Mastino Tibetano non lo stravolge ma lo riduce, senza che questo sia immediatamente tangibile perché poi di fondo il cane rimane “più o meno quello!”, allora si rischia di creare un grave pregiudizio. Si rischia, come è successo e continua a succedere, che alcuni aspiranti puristi fraintendano la tipologia geneticamente sporcata con quella più autentica, perché appunto la percepiscono morfologicamente più selvaggia.

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Incrocio tra Sha Khyi e Do Khyi in Tibet. Nonostante la somiglianza con il Mastino Tibetano, l'immissione è evidente in ogni singola parte del corpo a partire dai piedi “da lupo” e non “da gatto”. Foto M. Picca

Ma non solo: l'incontro con lo Sha Khyi apporta perfino delle caratteristiche di maggiore funzionalità al Do Khyi nello svolgimento di una funzione che in Tibet non è quella del mastino, ma che per il cinognosta del Ventunesimo secolo è fondamentale e quindi, paradossalmente, produce perfino un'ulteriore preferenza verso un esemplare in realtà geneticamente corrotto, rispetto ad uno formalmente puro. Da sempre viene attribuita una scarsa mobilità al Mastino Tibetano, in parte perché legato costantemente a catena, in parte perché di costruzione pensate, ma soprattutto perché il suo stesso lavoro non prevedeva di doversi muovere agilmente per lunghi tragitti, se si escludono alcuni cani nomadici che si spostavano con le carovane. Scrive il reverendo Bush nel 1908:

Tutti quelli che si vedevano mostravano grande debolezza dei arti posteriori, probabilmente causata dal loro essere legati senza esercizio (fisico ndr) fin da cuccioli.

Anche Eric Baily, nel 1937, parla della stanzialità di questi cani:

Nel Tibet i cani (mastini) non sono attivi tranne quando mettono in pratica il precetto militare che l'attacco è la difesa migliore. Sono naturalmente inadatti ad ogni utilizzo nella caccia.

 
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Cane di tipo levriero in Tibet. Foto M. Picca

Lo Sha Khyi invece è un velocista, un cane agile e potente, secondo alcune testimonianze perfino graioide di costruzione, e la dinamicità nel movimento è assai apprezzata nel moderno concetto di cinognostica quale che sia il ruolo del cane all'origine. Allo stesso modo lo Sha Khyi ha una struttura del copro quadrata, non rettangolare come sono molti pur autentici mastini, ed anche questa caratteristica in cinognostica viene molto apprezzata perché riduce il rischio di sollecitazioni sulla schiena del cane che possono causare conseguenti patologie alla colonna vertebrale.

L'immissione spontanea dello Sha Khyi nel Do Khyi, oltre a regredire il tipo molossoide in modo più o meno evidente in base alla percentuale di sangue corrotto presente, di fatto porta il cane ad avere una maggiore potenza nella trazione, un maggiore allungo, una maggiore capacita di saltare, di muoversi sullo scosceso etc.

 
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Femmine di Mastino Tibetano in Tibet. Gli arti storti sono frutto di carenze nutrizionali e lunghi periodi a catena ma non gli impediscono di lavorare. Foto M. Picca

Ma nell'altopiano del Tibet, dove non esistono ostacoli di alcun tipo, dove la visuale non è impedita da nulla, neppure da una gramigna, e dove quindi il cane custode non ha bisogno né di saltare né di scattare perché il pericolo lo vede da lontano e non trova ostacoli tra lui e l'intruso, queste capacità sono del tutto fini a se stesse. Ho personalmente visto lavorare in Tibet dei cani con gli arti completamente storti, piegati sui gomiti probabilmente per rachitismo da carenze nutrizionali o per la lunga permanenza a catena, con una chiara difficoltà nel correre, che svolgevano tranquillamente il loro compito di Do Khyi (cani da legare, appunto) a custodia delle tende dei pastori. Ed erano assolutamente temibili ed efficaci nel farlo. Perché non era e non è richiesto a questi cani altro che non sia stare fermi di guardia ed intervenire solo quando l'intruso supera la distanza di sicurezza che loro stessi hanno stabilito.

Riconoscere gli incroci dai cani puri, è semplice nella maggior parte degli street dogs, che si incontrano nei centri abitati del Tibet. Di loro parla il reverendo Bush nel 1908, e non sapendo come definirli è perfino tentato di attribuirgli una continuità di razza:

tibetan street dog

Tipico cane di strada tibetano. Per quanto diluito anche il sangue del Do Khyi è presente. Foto M. Picca

Il cane comune del Tibet sembra essere una specie di Collie, a volte nero focato, a volte di un colore bruno; è un animale di costruzione leggera, ed è probabilmente un discendente degenerato del Mastiff. In altezza è di circa 20 pollici alla spalla, ha un mantello lungo, coda folta, orecchie per lo più erette. Questo è il cane comune del popolo, e non è apprezzato né dai monasteri, e neppure da parte dei tibetani di alto rango. I cani di questa razza erano comunemente noti nella (nostra) spedizione come "Tibetan Collie".

Più difficile quando l'inquinamento genetico del mastino è avvenuto alcune generazioni prima, quando il sangue dello Sha Khyi o di altre tipologie di cani tibetani, è più diluito ed in conseguenza i Mastiff sono morfologicamente ambigui tra la tipologia molossoide e quella primitiva. Sempre il reverendo Bush parla di pochissimi Do Khyi puri e fortemente riconoscibili nel tipo molossoide, e di moltissimi Do Khyi di basso livello, intuibilmente quindi incrociati, non puri:

Il Mastino Tibetano è oggi così ben conosciuto che non ha quasi bisogno di essere descritto. E' senza dubbio la razza sacra, molto apprezzata e difficile da ottenere. Ci sono tantissimi esemplari inferiori, ma l'enorme grosso cane con la testa massiccia, cranio arrotondato, le labbra pendenti, piccoli occhi scuri che mostrano molto la terza palpebra, pieno di rughe, quasi sempre nero focato, come regola può essere trovato solo nei monasteri più grandi, o fuori delle proprietà dei tibetani più ricchi.

tibetan mastiff aborigenal puppy

Cucciolo di Mastino Tibetano in Tibet. Foto M. Picca

Ricordando che nessuno dei cani della fondazione dell'allevamento occidentale arrivati dal Nepal presentava queste caratteristiche in modo così netto, ribadisco una seconda volta che durante il ventennio di repressione culturale della Cina sul Tibet, una grandissima parte di questi esemplari migliori morirono e quindi una fetta del prezioso patrimonio genetico della razza, proprio quello allevato in purezza nei monasteri e nelle case dei feudatari, è andata persa. Quanto grande fosse questa fetta, non è dato saperlo.

Resta il fatto che per distinguere il Do Khyi puro da quello meticciato bisogna escludere tutti quei caratteri ereditari dominanti o recessivi che fanno parte del corredo genetico delle altre razze tibetane che non sono il Mastiff: teste lupoidi, musi allungati, affusolati o leggeri, arti lunghi, orecchie piccole... perfino il pelo duro. Una volta fatta questa scrematura, quello che rimane è un Mastino duro e puro; pesante, rugoso, tarchiato. Ed è solo questo l'autentico Tibetan Mastiff da un punto di vista genetico, tutte le altre caratteristiche che appaiono come una via di mezzo, sono frutto di immissioni. Da questo cariotipo di base si sono formate le differenti varietà geografiche della razza, e delle quali abbiamo parlato, ma il modello di cane della fondazione, o comunque maggiormente specializzato, rimane geneticamente uno solo.

male tibetan mastiff amdo khyi

Grande esemplare del centro Amdo Khyi

Solo partendo da questo presupposto biologico, è possibile affrontare il discorso anche in modo diverso, con un approccio storico o comunque non trascurando quella che effettivamente è stata la pressione selettiva che l'ambiente e le circostanze prima ancora che l'uomo, hanno esercitato su questa razza. Perché in effetti, come abbiamo ripetuto, gli incroci tra i diversi cani tibetani non sono stati decisi da nessuno per una qualche opportunità, sono avvenuti in modo casuale perché la situazione ambientale lo ha consentito e quindi non si può negare che siano parte integrante della loro stessa storia. La relazione e la mescolanza occasionale interrazziale è avvenuta in Tibet per secoli al punto da formare delle nuove tipologie di cani come l'Apso Do Khyi. La stessa Eric Baily nel 1937 ci spiega l'ovvio:

I tibetani naturalmente non hanno standardizzato i tipi. Di conseguenza non vengono allevati cani molto specializzati o come qualcuno potrebbe dire cani innaturali, artificiali. Se desiderate un cane da compagnia per la casa dovrebbe essere piccolo, vivace e fedele; per cacciare deve essere veloce e coraggioso; per la protezione grande, forte e feroce quando necessario.

 
amdo khyi tibetan mastiff

Esemplare del centro Amdo Khyi

Grande, forte e feroce quando necessario. Tutto qui. Per quanto i tibetani di alto rango riconoscessero i soggetti migliori, gli esemplari più puri e li tenessero in grande considerazione nelle loro dimore, alla maggior parte dei cani dei nomadi delle aree pastorali, non era richiesto altro che quelle tre semplici caratteristiche: grande, forte e feroce quando necessario. Se poi questi cani avessero il sangue inquinato dallo Sha Khyi o da altre razze tibetane era del tutto irrilevante. Se erano marcatamente molossoidi oppure tendevano più al lupoide, se sapevano correre e saltare come un levriero oppure trottare pesantemente come un mastino, se avevano il pelo lungo o corto, le labbra pendenti o serrate etc etc.. questo non importava un granché al pastore. I suoi cani erano comunque Do Khyi, grandi, forti e feroci quando necessario. Non che il nomade non apprezzasse i cani migliori, che non cercasse, avendone la possibilità, di accoppiare le sue femmine con gli esemplari più belli, che non fosse orgoglioso ed entusiasta se gli nasceva un soggetto molto grande e tipico, soggetto che, oltretutto, acquisiva anche un notevole valore economico. Certamente ne era felice, ma non era indispensabile e comunque sicuramente non era pregiudizievole al fatto che in ogni caso quei cani fossero tutti Do Khyi.

Questa variabilità interna della razza nei territori tibetani, dovuta ad immissioni casuali o per adattamento all'ambiente, in realtà ha sempre rappresentato lo stato di fatto del Do Khyi. Ma non solo: ha anche mantenuto il tipo nel tipo perché ha impedito la deriva dell'ipertipismo. In effetti il Mastino Tibetano è una bomba genetica poiché è portatore di una serie di caratteri recessivi che accoppiamenti tra soggetti omozigoti tendono ad aumentare velocemente. Escludendo alcuni evidenti meticciamenti, l'allevamento cinese ci ha dimostrato quanto velocemente sia possibile perfino esasperare determinate caratteristiche pur tipiche di questi cani, dalla lunghezza del pelo, all'abbondanza della pelle, al brachimorfismo.

Manfredi Picca e Chigu

Manfredi Picca, fondatore del centro Amdo Khyi, con Chigu, famoso capostipite del Tibet

La tendenza all'ipertipo, tipica della selezione puramente estetica della moderna concezione dell'allevamento di quasi ogni tipo di razza canina, di fatto stravolge e caricaturizza il tipo, lo rende meno funzionale o addirittura assolutamente non funzionale. Nel caso del Mastino Tibetano, ad esempio, la testa grande, quadrata e molossoide deve comunque consentirgli il morso, mentre labbra e pliche eccessive ostacolano al cane la presa.

Nella storia del Tibet l'equilibrio tra morfologia e funzionalità c'è sempre stato come è naturale che sia quando la pressione selettiva arriva più dalle circostanze ambientali che dall'uomo in se stesso. Il cane non funzionale non riesce a sopravvivere, il cane che non è in condizione di montare una femmina perché eccessivamente pesante o mal costruito, non si riproduce etc. Il tipo, nel Tibet, ha sempre mantenuto un equilibrio, è regredito e progredito continuamente, evitando sempre di raggiungere gli estremi dell'ipertipo in quanto tale non più funzionale.

Oggi invece, dopo frustranti decenni di cani ipotipici e di costanti tentativi di renderli perlomeno simili al tipo che si è sempre ricercato, e che in Tibet c'è sempre stato, un molosso grande e peloso, il rischio è diventato l'opposto.

 
tibetan mastiff plateau

Mastino Tibetano nel Tibet. Foto M. Picca

Per comprendere quindi la vera essenza del Mastino Tibetano, bisognerebbe uscire dal concetto di razza ma piuttosto immaginarlo per quello che di fatto è: un sottoinsieme differenziato di tipologie variabili che condividono origine, ruolo e territorio e tuttavia spesso differiscono nella forma ma in nessun caso sono geneticamente scollegate l'una dall'altra. Il Mastino Tibetano, in Tibet, è un cane solo con diverse espressioni di se stesso: preferirne una sull'altra è possibile, ma nessuna andrebbe discriminata a prescindere, perché tutte, comprese le ibridazioni, le regressioni e le magnifiche specializzazioni avvenute in Tibet, come in Nepal o in Mongolia, fanno parte della stessa millenaria e straordinaria storia che ha portato il Mastino per eccellenza ad essere quello che è: talvolta diverso ma sempre uno solo.