Centro per lo studio e la selezione del
Molosso del Tibet originale

daoer tibetan mastiff

Esemplare del centro Amdo Khyi importato dal Tibet

Il Mastino Tibetano tra tipi e partiti

parte I

di Manfredi Picca

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Tibetan Mastiff, Zang Ao, Ao Chen, Do Khyi, Tsang Khyi, Bothia, Buthia, Himalayan Mastiff, Bangara Mastiff, Bankhar... ma quanti sono questi Mastini del Tibet? Quando si sente parlare di questa razza si nota spesso profonda superficialità ed una imbarazzante ripetitività. Le descrizioni che la riguardano sono quasi sempre limitate ad una generica rappresentazione qualche volta legata ad un personale modello ideale costruito sulla base di plurisecolari e ritriti resoconti di viaggio, altre volte cercando di attenersi a quello che lo standard ha schematizzato necessariamente in modo breve ed aleatorio, lasciando aperta ogni possibile interpretazione soggettiva. I nomi più svariati per identificare tipologie (o pseudo tali) non meglio specificate, vengono fatti cadere dall'alto quasi sempre senza alcuna premessa o spiegazione e si prosegue oltre scandendo dogmi e mostrando foto e disegni provenienti da tempi o luoghi lontani e in quanto tali ritenuti indiscutibili.

Il mio cane è uno Zang Ao”, “il mio cane è uno Tsang Khyi”, “il mio cane è l'autentico Do Khyi”, “il mio cane è un campione FCI”... il mio cane, il mio cane, quel cane, i nostri cani.. ogni discussione sul Molosso del Tibet alterna generiche descrizioni dalle quali si capisce tutto senza capire niente a dettagliate giustificazioni sulla eccezionalità del proprio (o dei propri) cane nel tentativo di distinguerlo e farlo preferire tra tanti e completamente diversi cani.

amdo khyi tibetan mastiff

Mastini Tibetani del centro Amdo Khyi

Così come il contadino difende il suo orto (piccolo o grande che sia), ognuno difende un tipo di cane differente, quello che ha o quello che conosce o quello che personalmente preferisce: enorme o solo grande, pesante o leggero, mastino o semi lupoide, rugoso o non rugoso, col pelo lungo o con pelo corto etc. etc. ognuno con le sue motivazioni, con le sue “indiscutibili documentazioni”... ed ognuno, perfino, con le sua buona dose di ragione!!

Ed effettivamente tutti hanno ragione e tutti hanno torto nello stesso momento perché l'unica attuale verità è che esistono tante diverse verità: così come in un mosaico frammentato nel quale ogni singolo tassello ha una sua precisa collocazione, anche una buona parte delle caotiche differenze esistenti in questa razza possono essere motivate e collocate nella loro sede di appartenenza.

Tutto ha inizio tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, quando l'India, quell'India così commercialmente strategica e per questo così fortemente contesa tra le grandi potenze colonizzatrici europee, passò interamente sotto il controllo della Corona Britannica. I grandi piroscafi della Royal Navy iniziarono a sbarcare nell'immenso territorio indiano diplomatici, ambasciatori, nobili, eredi al trono, alti graduati dell'esercito, insieme a semplici mercanti in cerca di fortuna. Un'importante parte del élite della buona società inglese insomma, affrontò il lunghissimo viaggio marittimo dall'Europa stabilendosi per periodi più o meno lunghi nelle Indie, in quell'immenso corno d'Asia che collega il “quasi Equatore” all'Himalaya. Quella stessa élite, i gentleman dell'era vittoriana, che sempre più assiduamente si stava interessando a mostre e razze canine e che di lì a poco fonderà la moderna cinofilia come la conosciamo ed intendiamo oggi.

 
tibetan mastiff old  paint

Incisione del 1655 pubblicata nel volume Historiae naturalis de quadrupedibus libri di Johannes Jonstonus

Il Tibet è noto all'Europa da tempo, un secolo prima venne dettagliatamente descritto dal gesuita Ippolito Desideri e la sua cultura, la sua religione, la sua fauna ed anche i suoi cani formidabili sono già entrati a pieno titolo nella leggenda. La celebre citazione di Marco Polo contenuta nel Milione, i famosi Mastini alti come asini con la voce e l'aspetto leonino, è ben nota ed eminenti zoologi e naturalisti colsero l'occasione della colonizzazione inglese dell'India per incontrare e quindi descrivere questi colossi.

Tuttavia i principali spostamenti delle carovane commerciali e militari inglesi riguardarono le diverse regioni a sud dell'Himalaya, quella ampia linea che conduce verso ovest fino alla catena del Karakorum: il Nepal, il Sikkim (all'epoca stato indipendente di frontiera, uno dei punti di accesso più strategici per il Tibet attraverso la così detta Chumbi Valley), il Ladakh, il Kashmir. Varcare la catena Himalayana per raggiungere il Tibet vero e proprio oggi è relativamente facile ma a quel tempo furono assai pochi coloro tentarono l'impresa. D'altronde il Tibet non era l'India, era uno stato sovrano indipendente ma conteso che poco tollerava intrusioni straniere. Era talmente poco incline ai compromessi diplomatici il Tibet, che gli inglesi, per fargli accettare i loro patti commerciali (in particolare consentire il transito e le attività lucrative dei mercanti britannici ed indiani), si dovettero spingere fino ad una occupazione de facto con la drammatica spedizione del 1904 guidata da Sir Francis Younghusband che attraversando proprio la Chumbi Valley si spinse fino a Lhasa costringendo il Dalai Lama a fuggire in Mongolia e lasciando nella memoria una drammatica strage di 5000 tibetani poco più che inermi.

siring tibetan mastiff

Litografia del 1900 di R. H. Moore del che ritrae il celebre Siring

E quindi i primi cani che sono stati visti, descritti, ritratti ed importati dagli occidentali provenivano tutti da quell'ampia linea a sud della catena himalayana e solo in parte dalla zona di Lhasa. Lo stesso Siring, celeberrimo esemplare importato nel 1874 dal principe di Galles futuro Edoardo VII d'Inghilterra, oggi preso come riferimento assoluto del Molosso Tibetano e presente in ogni possibile descrizione della razza, fu preso a Lahore, attuale città del Pakistan al tempo ancora parte dell'India nord occidentale. Ben lontano dal vero Tibet quindi.

Tutto l'immenso entroterra tibetano ed i cani che ivi erano presenti è rimasto un mistero fino in tempi assai recenti. Una delle poche note che oggi rimangono è proprio la celebre citazione di Marco Polo che dopo 1270 sotto il protettorato di Kubilai Khan, si recò in Tibet in diverse occasioni in qualità di ambasciatore del Gran Khan. Eppure la citazione di Marco Polo è stata recentemente assai criticata da alcune moderne “fazioni” antagoniste, è stata messa in dubbio la sua veridicità, è stato dato a Marco Polo dell'esagerato quando non direttamente del “bugiardo” (su tutti va ricordato uno dei pionieri dell'allevamento americano moderno, Don Messerschmidt, che nel suo recente bel libro Big dog of Tibet and Himalayas ha dedicato la bellezza di 18 pagine introduttive per ribadire questo suo personalissimo concetto).

marco polo tibetan mastiff

Stampa del 1903 di Quinto Cenni che raffigura il ritorno a Venezia di Marco Polo con la sua famiglia ed un grande cane tibetano.
Collezione Amdo Khyi

Una critica francamente irragionevole, come se oltre 7 secoli fa il grande viaggiatore veneziano potesse prevedere che le sue 4 parole avrebbero generato sentimenti di rabbia, frustrazione, speranza ed in generale scompiglio tra i focosi appassionati della razza del ventunesimo secolo. Certamente non aveva previsto Messer Polo che semplicemente dicendo di aver visto mastini alti come asini con l'unica intenzione di esprimere il sentimento di grandezza che questi cani avevano evidentemente suscitato in lui, ci saremmo trovati secoli dopo persone con il metro in mano che come pazzi inseguono gli asini tibetani per misurarli!! “Effetto Marco Polo” lo chiama Don Messerschmidt, ed è senz'altro vero.. ma forse la storia bisogna leggerla in un modo un po' più elastico di come invece ha voluto fare lui.

Comunque la descrizione e la definizione della razza fatta ad opera dei primi occidentali del '800, per quanto così profondamente dettagliata da lasciar perfino intravedere le sensibili differenze di tipologia tra un cane e l'altro (chi lo descrive come un vero e proprio mastino come William John Gill, chi sostiene invece che non somiglia affatto ad un Mastiff Inglese ma piuttosto ad un grande Terranova come Mrs. Mclaren Morrison) è stata una visione relativamente parziale, almeno considerando l'estensione del Tibet. Grande parte dell'immenso territorio del nord, dell'altopiano, non è stato esplorato perché non c'era alcun motivo per farlo non essendo commercialmente interessante (non lo è oggi, nel 2015, figuriamoci nel '800!!)

 
tibetan mastiff bhotean2

Bhotean in una foto del 1904

Con il passare del tempo la situazione della conoscenza dei cani delle altre zone tibetane non è migliorata. La già citata spedizione inglese del 1904, oltre a sottomettere il Tibet agli accordi commerciali imposti dal Regno Unito, permise l'importazione a Londra di alcuni cani provenienti dalla zona di Lhasa; in particolare un maschio di nome Bhotean preso dal maggiore Dougall, uno degli alti ufficiali delle truppe di Younghusband, riscosse un notevole successo nelle esposizioni del Regno Unito fino ad essere descritto in quegli anni come il miglior cane ad aver mai lasciato il Tibet nella sua epoca. Tuttavia per veder nascere il primo concreto progetto di selezione occidentale si dovette attenere 1928 quando il colonnello Baily e sua moglie, grande appassionata delle razze tibetane, importano 5 esemplari a Londra ed iniziarono un programma di accoppiamenti mirati in collaborazione con gli zoo di Whipsnade e di Edimburgo. Il progetto andò avanti per diversi anni con sporadiche cucciolate ma lo scoppio della seconda guerra mondiale ed i successivi tumulti in Tibet impedirono nuove importazioni spingendo i Baily a rinunciare all'intento.

Nel 1957 non è più registrata notizia di Mastini Tibetani viventi In Inghilterra e nel resto di Occidente, se si esclude una coppia di esemplari inviati in dono dall'India all'allora presidente degli Stati Uniti d'America Dwight D. Eisenhower, immediatamente trasferiti in un ranch nel Midwest e da li assorbiti in una specie di buco nero della storia.

tibetan mastiff lingkor

Mastino Tibetano Amdo Khyi nel grande lingkor di Hüttenberg paese natale di Heinrich Harrer

Una delle ultime note sulla razza che ci sono pervenute relative a questa prima fase occidentale, sono contenute nel libro autobiografico Sette anni nel Tibet del grande alpinista austriaco Heinrich Harrer (dal quale è stato tratto il famoso film Sette anni in Tibet di Jean-Jacques Annaud). Nel suo libro/diario Harrer parla di ferocissimi cani di taglia media quando è nella fase di attraversamento della catena himalayana dall'India, con i quali ha anche un incontro ravvicinato molto pericoloso, e di “bestioni” quando invece si trova a Lhasa. Una interessante quanto involontaria “divisione”di tipologie come vedremo più avanti. L'esperienza di Harrer si concluse nel 1951 contestualmente all'occupazione della neo Repubblica Popolare di Mao dei territori contesi tibetani. Da quel momento per il Tibet iniziò un periodo di grandi sconvolgimenti degenerati nella rivolta del 1959 che segnò, tra l'altro, la totale chiusura delle frontiere del Tibet dietro una cortina rossa per oltre un ventennio, fino al 1984.

Questa chiusura ha fortemente influenzato il nuovo ciclo occidentale della razza, quello che ha condotto fino ai nostri giorni. Se già prima la maggior parte dei cani che erano stati presi e descritti provenivano dalla zona himalayana, i pionieri del moderno allevamento occidentale non trovarono alternative all'andare direttamente nel confortevole, sicuro e soprattutto accessibile Nepal per cercare i loro mastini della fondazione.

richard eichhorn and kutra

Kutra nel 1979, giovane femmina del giudice ed allevatore Richard W. Eichhorn

Le prime importazioni furono soprattutto opera di olandesi ed americani tra la fine degli anni '60, ed i primi anni '70. E' facile comunque immaginare come il materiale genetico importato fosse necessariamente scarso e quindi inizialmente si effettuarono con frequenza accoppiamenti molto stretti tra consanguinei che consentirono il diffondersi in occidente dei primi Mastini Tibetani, o per meglio dire di un modello di Mastino Tibetano relativamente piccolo e leggero, molto diverso dalle aspettative risposte nella razza stessa e che erano state tramandate nel tempo da documenti, racconti e litografie.

Fu soprattutto la taglia dei primi cani dell'era moderna così fortemente ridimensionata rispetto a quanto era stato raccontato in un passato relativamente recente a lasciare sgomenti tutti coloro che si trovarono difronte questi cani. I primi maschi infatti difficilmente arrivavano a 65 cm al garrese mentre le femmine spesso erano al di sotto i 60 cm di altezza.

Che fine aveva fatto quindi il grande Molosso del Tibet, quel cane sempre ritratto e descritto più grande dei giganti occidentali della cinofilia, dal San Bernardo al Terranova dei quali d'altronde era già considerato il progenitore?

Dove era finito quel cane che nel 1845 W.C. Martin descriveva più grande e rugoso del Mastiff Inglese?

Il Thibet Mastiff supera il Mastiff Inglese in dimensioni e ha un'espressione ancora più pesante del muso, dalla pelle delle sopracciglia si formano rughe profonde che scendono verso il lato della faccia, e ha grosse labbra pendule profondamente cascanti. Questi enormi cani sono i cani da guardia dell'altopiano del Himalaya attorno al Thibet. Il corpo è ricoperto di pelo robusto, di colore nero che passa a sfumature gialle o rossastre sugli arti, sopra gli occhi e sul muso: e la coda è ben pelosa ed arcuata sul dorso.

Che era successo a Wolf, il cane tibetano fulvo, forse a pelo duro, che il capitano Graham utilizzò alla fine dell'Ottocento per la ricostruzione di quella che è oggi una delle razze canine più alte al mondo, l'Irish Wolfhound, e che secondo un documento dei primi del '900 misurava alla spalla 91 centimetri?

Appena 20 anni prima delle prime importazioni occidentali, nel 1949, il colonnello Leonard Clark Hutchinson ancora lo descrive più grande di qualsiasi San Bernardo:

wild  tibetan mastiff

Giovane maschio del centro Amdo Khyi

Il cane più selvaggio che avevamo mai visto. Come alcuni mostri, il pelo mangiato dalle locuste, su quattro gambe, sembrava un gorilla con la schiuma che gli esce dalla bocca, aveva pezzi di lana attaccati alla schiena che cadevano verso il suolo. Era più grande di qualsiasi San Bernardo. L'enorme catena di ferro attaccata al suo collare di ferro sembrava pronta a cedere da un momento all'altro sotto i suoi affondi terrificanti e il peso della belva impazzita. La bestia era incatenata alla carcassa parzialmente divorata di un cavallo, che stava trascinando lungo il suolo verso di noi. Probabilmente quando avesse finito di divorare questa mezza tonnellata di carne, sarebbe stato incatenato a una nuova carcassa, forse quella di uno yak, visto che molti di questi scheletri erano dispersi in zona. I suoi ruggiti di rabbia spinsero i nostri cavalli a fuggire in fretta da lui.

Cosa è accaduto quindi in questi 20 anni di silenzio e nei 30 anni di totale chiusura del Tibet? Perché la mancanza della favoleggiata taglia non era neppure la questione più importante: I primi cani della fondazione mancavano di tutto quello che ci si sarebbe aspettati e che era stato tramandato nelle numerose descrizioni di non troppi anni prima, dal pelo lungo alla criniera leonina, dai tratti molossidi alle strutture poderose... erano così diversi questi esemplari che iniziò a prendere velocemente piede nella coscienza collettiva e nella letteratura di settore l'idea che il Grande Mastino Tibetano si fosse estinto.

tibetan mastiff irish wolfhound

Antica nota riguardo Wolf, il Mastino Tibetano a pelo duro posto a fondazione del Levriero Irlandese a fine '800. 36 in. corrispondono a 91 cm

Ancora oggi capita di leggere in alcune obsolete enciclopedie canine l'incredibile formula “il Tibetan Mastiff discende dal grande Mastino Tibetano ormai estinto”. Affermare che il Mastino Tibetano discenda dal Mastino Tibetano è un paradosso che ben fa capire la confusione, lo sgomento e la mancanza di giustificazioni plausibili che questi primi cani hanno generato sull'incredulo cinofilo degli anni '80 e '90. Si può essere estinta una razza in 20 o 30 anni dopo essere sopravvissuta integra per millenni? E soprattutto, si può essere estinta in 20 anni e nel frattempo aver avuto modo di lasciare una discendenza diversamente evoluta? Naturalmente la risposta è no. Però è anche vero che la così detta rieducazione cinese del popolo tibetano in questi anni di blackout prevedeva, tra le varie pratiche assai poco scolastiche, che i monaci e le semplici famiglie nomadi fossero costretti ad uccidere i loro cani a colpi d'arma da fuoco, e furono sicuramente migliaia se non decine di migliaia gli esemplari che morirono in quel periodo di assurda violenza e fanatica repressione culturale.

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Donna tibetana con il suo cucciolo nell'altopiano del Tibet. Foto M. Picca

Ed oltretutto a morire furono proprio gli esemplari migliori, quelli che vivevano con la élite feudale, nei monasteri, nelle case dei ricchi mercanti, quelli tenuti per prestigio personale ed allevati in purezza al contrario di buona parte di cani dei nomadi che molto spesso erano inquinati dal sangue di altre razze tibetane. Questa consapevolezza quindi, unita alla scarsa sostanza dei cani arrivati in occidente, favorì la folle idea della estinzione del Molosso del Tibet. Fortunatamente l'enorme vastità del Paese delle nevi ha invece permesso al Mastino di superare anche quella ventennale prova, forse la più difficile della sua incredibile e millenaria storia, e di uscirne indenne o quasi: sicuramente più malconcio di prima ma ancora se stesso. Ma questo tra la fine degli anni '70 e buona parte del ventennio successivo ancora non si sapeva.

Non si sapeva è certo, ma comunque in pochi tra i pionieri del moderno Tibetan Mastiff occidentale che usavano per costrizione il sangue nepalese, si sono rassegnati a questo modello considerato così frustrante di molosso ed in diversi allevamenti la mission è stata fin da subito cercare di ridare a questi cani la taglia, la sostanza e la famigerata criniera leonina.

shan tibetan mastiff

Shan Qubilai Khyi grande maschio di linea taiwanese e cinese. Proprietà ed allevamento Sergio Consolo - Qubilai Khyi Kennel

Un accorto ed intenso lavoro di selezione unito a successive importazioni dall'isola di Taiwan e più recentemente dalla Cina, hanno effettivamente consentito negli anni la creazione di alcune genealogie di allevamento ben più grandi e molossoidi nel tipo rispetto ai cani nepalesi della fondazione che tuttavia sopravvivono integri ancora oggi in alcune linee di sangue. Questo è anche il periodo del sospetto, del dubbio mai sopito di immissioni di altre razze nelle genealogie occidentali.. un dubbio sempre bisbigliato perché di prove non ve ne erano e non ve ne sono neppure oggi. Ma il pettegolezzo non è l'argomento principe del nostro racconto.

Di fatto il divario che si è creato tra un cane e l'altro è rapidamente diventato abissale nonostante spesso questi cani condividessero (e condividono) i primi antenati (compresi quelli taiwanesi, di fatto di derivazione americana) . Nel tempo quindi si è cercato di dare dei nomi nel tentativo di motivare le differenze per cercare di dare ordine al moderno caos che affigge la razza e tentare di giustificare cani che spesso hanno in comune solo il colore e qualche volta neppure quello! D'altronde che vi fossero profonde differenze tra le tipologie dei Mastini Tibetani anche in Tibet ci era già stato più volte raccontato dai soliti inglesi dell'Ottocento.

Con una semplice e breve frase il Reverendo H.W. Bush sintetizza in modo sublime il senso del presente articolo e dell'attuale confusione, già nel 1908:

Ci sono, naturalmente, tutti i gradi del Mastiff, come necessariamente deve essere in un paese come il Tibet , ma tutti sembrano concordare in un punto, che è ferocia .

Più dettagliato ancora Sir Lionel Montague Jacob nel lontano ed insospettabile 1901:

Un gruppo di venti cani Tibetani (mastini) potrebbe essere presa a caso, e se disposti in linea, dal tipo più mastino fino a quello più da pastore, con tutta la gradazione nel mezzo, sarebbe assolutamente impossibile dire dove termina una varietà e dove inizia l'altra.

I moderni occidentali, in modo più coraggioso, si sono lanciati in vere e proprie separazioni anche nominali. Hanno iniziato con la divisione tra Tsang Khyi e Do Khyi, dove lo Tsang Khyi sarebbe stato il Mastino Tibetano di tipo pesante, il Mastino eccezionale o da monastero, e il Do Khyi quello leggero, da pastore. Pur volendo essere idealmente riferita ai cani nativi del Tibet, di fatto questa divisione non ne contemplava neppure uno: quelli che venivano chiamati Tsang Khyi erano i nuovi grandi cani della selezione allevatoriale dell'isola di Taiwan, in arrivo tra la fine degli anni '90 e i primi 2000 in occidente, messi in contrapposizione con i piccoli cani occidentali della fondazione, definiti appunto Do Khyi.

Questa teoria ha comunque origine da un articolo pubblicato da Robert Brainerd Ekvall nel 1963:

138 tibetan mastiff

Balu, grande maschio rustico di tipo tigre di proprietà del centro Amdo Khyi

I mastini, chiamati Sang KHyi o gTSang KHyi costituiscono ciò che i tibetani chiamano "spina dorsale" della razza, sforzandosi di mantenere la razza pura.

Il possesso di tali cani è da considerarsi uno status symbol, è difficilissimo trovarne uno in vendita, e se ciò accade il prezzo è solitamente quello di un buon cavallo. Hanno il tipico muso pesante, occipite fortemente pronunciato, labbra pendenti, gli occhi che mostrano il rosso (della congiuntiva),e i potenti arti anteriori dei mastini. La coda, piuttosto lunga, ha un pelo piuttosto folto e viene portata in un ampio ricciolo. Il colore è solitamente nero -sempre nero nella razza considerata "pura"- con focature su muso, collo e zampe, solitamente con del bianco sul petto, e focature sopra gli occhi, che gli hanno valso il nome di Mig bZHi Can (quattrocchi). Riguardo alla taglia, quello che possedevo pesava 160 libbre (72,6 kg). La caratteristica più tipica è il profondo abbaio, più simile alla tonalità di un corno da nebbia che alla voce di qualsiasi animale.

In realtà tutti i cani da guardia del Tibet sono chiamati Do Khyi, letteralmente “cane da legare”. Si può immaginare quindi che l'equivoco nasca per una questione lessicale e culturale. Il Tibet infatti è sempre stato identificato con la regione di Lhasa, chiamata appunto U-Tsang, al punto che perfino in lingua cinese tutto il Tibet (e quindi anche i territori delle altre due regioni storiche, Amdo e Kham) vengono chiamati Zang che è la trasposizione fonetica di Tsang. Lo Tsang Khyi quindi, non sarebbe altro che il famigerato Zang Ao (Mastino Tibetano) in lingua cinese. Ma se Zang Ao non significa Mastino dello Tsang e tanto meno Mastino eccezionale, gigante etc.etc. ma Mastino del Tibet punto e basta, Tsang Khyi invece identifica di fatto i cani di una precisa area geografica che in quanto tali risulterebbero superiori ai cani delle altre regioni. Questo non è corretto ma va compreso.

amdo khyi mastiff

Esemplare del centro Amdo Khyi

Nonostante ad oggi l'autore non abbia trovato alcun riscontro a questa terminologia conversando con i Tibetani nei suoi ripetuti viaggi in diverse regioni dell'altopiano, ci sono sicuramente dei plausibili motivi storici e culturali per cui potrebbe essere stato possibile che i tibetani definissero (o definiscano) Tsang Khyi i loro cani migliori. Lo Tsang infatti, è sempre stata la culla della religione in un popolo ha fatto della religione il suo sistema di vita. Basti immaginare che per rispettare i precetti, ogni tibetano dovrebbe ancora oggi recarsi almeno una volta nella vita nello Tsang, a Lhasa, a piedi in pellegrinaggio.

Ma lo Tsang è sempre stata anche la regione più ricca e “civile” del Tibet, essendo sempre coinciso in questo paese il potere economico e politico con quello religioso; è quindi anche la regione con la più alta concentrazione di monasteri ed erano proprio i monaci, insieme a pochi nobili e ricchi mercanti, i rappresentanti di quella élite che poteva permettersi il lusso di allevare i grandi molossi solo per il piacere di farlo. Quella stessa élite che, se da una parte nella scelta dei riproduttori aveva la possibilità di selezionare gli esemplari migliori e più puri, dall'altra nella loro alimentazione poteva anche fornire una dieta molto più ricca e proteica rispetto a quella dei cani dei nomadi, facendo risultare i loro esemplari, a fine sviluppo, decisamente più grandi della media degli altri cani del Tibet.

Non è quindi difficile da credere che per senso di emulazione sia capitato che qualche tibetano abbia definito Tsang Khyi il proprio cane migliore, anche se quel cane si trovava nel Kham piuttosto che nell'Amdo o perfino nel Nepal se non addirittura nel lontanissimo Kashmir indo-pakistano. Questo senso di complesso nei confronti di Lhasa e dello Tsang è arrivato fino a noi grazie al racconto del colonnello Duncan, volendo ben leggerlo tra le righe. Duncan racconta dell'importazione di un maschio chiamato Gyamdruk, avvenuta nel 1936 nel Ladakh, regione dell'India lontanissima da Lhasa e dallo Tsang:

Alcuni anni fa io e mia moglie abbiamo fatto un viaggio a Leh, capitale del Ladakh (nel Kashmir ndr) o Lesser Tibet, diciassette giorni di marcia da Srinagar nel Kashmir. Eravamo già interessati a Mastini Tibetani, in quel periodo ne avevamo uno in Inghilterra e speravamo di essere in grado di procurarcene un altro quando siamo arrivati nel Ladakh. […] Ero andato a casa di un ricco commerciante tibetano. Nel corso della conversazione gli ho chiesto se c'era qualche possibilità di ottenere un vero Do Khyi. “Ho un buon cane nel mia proprietà” mi ha informato, “ma non è in vendita”. Il commerciante mi ha portato fuori e lì, legato da una lunga corda a un anello nel muro, si trovava una grande cane nero focato che alla nostra vista balzò in piedi e cominciò ad abbaiare , il tono dell'abbaio era profondo ed ovattato .[...] “No, mi dispiace ma non posso considerare di separarmi da lui”, ha risposto il tibetano alla mia richiesta . "Questo cane viene dal villaggio di Pempo, due giorni a nord di Lhasa, più di tre mesi di viaggio da qui . Inoltre mi è costato un sacco di soldi" .

tibetan mastiff tsang

Mastino Tibetano fotografato nella zona della Prefettura di Shannan, nello Tsang

Non volendo lasciare il lettore nel dubbio, riveliamo che alla fine il commerciante vendette il cane al colonnello Duncan dopo aver ribadito un'altra volta il suo valore economico in quanto proveniente da Lhasa. Duncan elegantemente evita di raccontarci ulteriori dettagli della spasmodica trattativa che almeno l'autore è ormai abituato a conoscere dopo innumerevoli quanto entusiasmanti importazioni dal Tibet per il progetto Amdo Khyi, ma questo non è così importante. Importante invece è leggere il valore attribuito ad un cane in quanto della zona di Lhasa (cosa magari neppure vera) a quasi 1500 chilometri di distanza da Lhasa. Non vi è quindi dubbio che per il mercante tibetano la provenienza del suo cane dallo Tsang dovesse garantire una maggiore qualità agli occhi del potenziale compratore occidentale, e quindi anche un maggior costo (leggi la storia di Gyamdruk). 

D'altronde non è neppure difficile credere che gli stessi ricchi tibetani dello Tsang volessero distinguere se stessi ed i loro cani più puri da quelli delle più povere regioni periferiche o comunque delle aree pastorali, e non è un caso quindi che il reale moderno pregiudizio dell'attuale e distorta diffusione della separazione tra Do Khyi e Tsang Khyi nasca per opera dell'anziano ex sindaco di Lhasa Luo Go. In suo articolo scritto intorno al 2003 e successivamente diffuso in occidente per opera del giudice ed allevatore americano Richard W. Eichhorn, il Mastino Tibetano dello Tsang viene definito la migliore tra le tre varietà geografiche esistenti (leggi l'articolo di Luo Go).

In sostanza non ci sono dubbi che nello Tsang, essendoci una grande concentrazione di ricchi e di monasteri, fosse più facile vedere esemplari di pura razza e di grande taglia rispetto ad altre zone del Tibet. Ma per quanto strettamente riguarda la superiorità morfologica dei cani di quest'area geografica rispetto alle altre, non esiste alcuna prova documentata; esiste anzi una nota del 1908, nella quale il Reverendo Bush scrive di essere stato informato dagli stessi tibetani che gli esemplari migliori del Mastino si trovavano nel Kham, e non nello Tsang quindi.

Sembra che gli abitanti della regione di Kham, che non è stata visitata dalla nostra spedizione, allevino e posseggano i migliori esemplari.

lion tibetan mastiff

Magnifico maschio di tipo leone del centro Amdo Khyi

Nonostante la separazione tra Tsang Khyi e Do Khyi sia abbondantemente diffusa tra i neofiti che si imbattono in qualche articolo su riviste specializzate e siti internet, rapidamente ha preso piede una nuova divisione ideale di tipologie di Mastino Tibetano per motivare le già citate evidenti differenze tra i cani di questa razza. Si è quindi distinto tra Tipo tigre e Tipo leone dove il tipo tigre sarebbero gli esemplari a pelo “corto” ed il tipo leone quelli a pelo lungo. Questa separazione è stata anche formalmente introdotta nello standard del China National Kennel Club e tuttavia viene continuamente fraintesa. Da una parte il tipo leone viene identificato come il modello ideale di Mastino Tibetano in quanto di fatto più spettacolare e rispondente all'immagine idealizzata del cane leone tramandata da Marco Polo in poi, dall'altro da alcuni pseudo puristi viene ritenuto una moderna invenzione cinese non essendoci effettivamente grandi testimonianze storiche della sua esistenza nei resoconti di viaggio dei primi occidentali nel periodo a cavallo tra l' 800 ed il 900. Nessuna delle due posizioni è formalmente corretta.

Il pelo corto è un carattere ereditario geneticamente dominate sul pelo lungo. Questo significa che accoppiando cani a pelo corto omozigoti (e quindi portatori solo del pelo corto) con cani a pelo lungo, tutta la discendenza sarà a pelo corto. È quindi comprensibile come il pelo lungo, in quanto gene recessivo, sia sempre stata una relativa eccezione in questa razza, se si escludono alcune famiglie locali sessualmente isolate, nelle quali il gene ereditario ha potuto manifestarsi nel corso delle generazioni fino a divenire una costante anche negli accoppiamenti in eterozigosi, poiché tutti i cani ne erano portatori in quanto consanguinei. E questo è appunto avvenuto in diverse zone dell'altopiano tibetano, zone periferiche rispetto a Lhasa ed allo Tsang, zone non frequentate dai pionieri occidentali che invece si limitavano alla catena himalayana ed alla zona del potere economico e politico del Tibet. Nello Tsang infatti, il pelo lungo ed anche la criniera leonina erano, e sono, assolutamente un'eccezione, perché il flusso genico della popolazione canina era molto alto e i geni recessivi, per quanto fossero sporadicamente introdotti da accoppiamenti casuali, non riuscivano ad esprimesi nel fenotipo in modo costante.

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Femmina di tipo tigre e giovane maschio di tipo leone del centro Amdo Khyi

Secondo quando standardizzato dal CNKC, e che rispecchia la natura geneticamente variegata e geograficamente distribuita dei cani nativi, la divisione tra tigre e leone si riferisce alla testa molto prima che al pelo. I cani testa di tigre, chiamati in tibetano Stag-Khyi, hanno tratti marcatamente molossoidi, il cranio è largo con labbra pendule, rughe definite e stop marcato e normalmente si accompagnano ad una corporatura pesante e massiccia e ad un pelo non particolarmente lungo. Al contrario le teste di leone, in tibetano Seng-Khyi, sono più leggere, il cranio è più piccolo, la pelle aderente, le labbra meno abbondanti, talvolta perfino tirate, la corporatura proporzionalmente meno pesante e la crineira molto marcata. Si tratta comunque di una divisione relativa, esistendo nella realtà del Tibet anche cani con la testa di tigre e pelo lungo e, viceversa, con testa di leone e pelo corto. Di fatto, nella moderna selezione morfologica degli allevamenti, si è orientati verso la prima opzione, cercando di ottenere soggetti con la testa il più molossoide possibile e il pelo molto lungo, ovvero si cerca di mettere insieme le due caratteristiche più riconoscibili ed appariscenti del vasto patrimonio genetico di questa razza.

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Bellissima femmina di Apso Do Khyi fotografata nell'altopiano del Tibet. Foto M. Picca

In ogni caso la separazione “tigre” - “leone” del Do Khyi è molto occidentale e poco ha a che vedere con le reali tradizioni del Tibet. Quello che effettivamente i tibetani chiamano “cane leone” (o Leone del Tibet) non è il Mastino Tibetano a pelo lungo o crinieruto, ma piuttosto il Mastino Tibetano a pelo duro, il misterioso Apso Do Khyi, o Khyi Apso.

Si tratta una variante a pelo ruvido del Mastino del Tibet diffusa in gran parte dei territori di competenza del Do Khyi, pur manifestandosi come evento raro ed isolato. La teoria oggi più diffusa fa discendere questa importante variazione del fenotipo da un incrocio tra il piccolo Tibetan Terreir ed il Mastino. Il primo a riportare questa visione in occidente fu Eric Baily nel 1937:

Ho detto che “Apso” in tibetano indica ogni cane a pelo lungo, Do-Khy significa cane legato o mastino. Il Dalai Lama stesso ha mantenuto molti cani, uno dei quali descritto come Do-Khy-Apso che può essere un incrocio tra il Mastino Tibetano ed il cane conosciuto nel Tibet come Grande Apso, denominato Tibetan Terrier in Inghilterra. Mio marito ha fotografato questo cane. Era quello l'unico che abbia mai visto di questa razza.

Tuttavia la differenza di struttura e taglia tra Mastino ed il Terrier Tibetano, e la stessa sostanza e conformazione di alcuni enormi Khyi Apso, lasciano ancora dubbi sulla veridicità di questa teoria. L'altra spiegazione possibile d'altronde, sarebbe ammettere l'esistenza in Tibet di una diversa razza di grandi cani, o comunque una variante diversamente evoluta del Mastino Tibetano. Questa idea, in realtà, venne già diffusa tra gli studiosi occidentali dopo l'importazione del precedentemente citato maschio Wolf da parte del capitano Graham alla fine dell'Ottocento e la sua introduzione nella ricostruzione del grande levriero irlandese.

tibetan wolf dog

Il misterioso cane chiamato “Tibetan Wolf Dog” apparso nel libro di Phyllis Gardner nel 1930

Wolf venne accoppiato con una femmina di Irish Wolfhound nel 1892 producendo due cucciole che sono oggi gli antenati di tutti i moderni Levrieri Irlandesi esistenti. Questo cane sembrerebbe essere stato appunto un Tibetano a pelo duro, di colore fulvo leonino, estremamente alto. Nel 1930, nel suo libro The Irish Wolfhound, Phyllis Gardner pubblicò la fotografia di un esemplare a pelo duro, di colore chiaro, molto simile al cane utilizzato dal capitano Graham almeno secondo chi aveva potuto vedere Wolf dal vivo, e lo chiamò Tibetan Wolf dog.

In una pubblicazione di pochi anni dopo, vennero descritte due distinte razze di grandi cani tibetani: il Tibet Dog (che corrisponde al Tibetan Mastiff) e il Grande Cane del Tibet, che presentava appunto il pelo duro. Nello stesso periodo il diplomatico, geografo ed esploratore Philips Visser, primo proprietario olandese di un Mastino Tibetano, un maschio di nome Patiala (in onore del Maraja di Patiala che glielo aveva regalato nel 1925), scrisse un articolo su un quotidiano dell'epoca affermando come i cani di taglia più grande nel Tibet non erano i mastini ma esemplari a pelo duro e ruvido.

patiala tibetan mastiff

Patiala con Philips Visser durante la spedizione sull'Himalaya del 1929

A questo proposito occorre tuttavia tenere presente che l'area di Patiala, dal quale proveniva il cane di Visser, si trova nel nord dell'India non in Tibet. Patiala stesso, dalle poche fotografie che ci sono pervenute, ha la conformazione tipica dei cani indiani e nepalesi, derivati dal Mastino Tibetano (dei quali parleremo più avanti) e non del Mastino Tibetano vero e proprio. Inoltre Visser concentrò le sue spedizioni nel Karakorum e non nel Tibet. Ma soprattutto, pur essendo apprezzati entrambi ed entrambi ritenuti sacri, l'Apso Do Khyi era preferito dai tibetani rispetto al Do Khyi, e quindi viveva nei monasteri o nelle case dei ricchi dove poteva godere di una migliore alimentazione ed essere allevato in purezza. Scrive il reverendo Bush nel 1908:

I tibetani riconoscono due varietà (di pelo ndr) il ruvido e il liscio, anche se apprezzano il ruvido di più. I due ceppi, dato che non sono razze distinte, si assomigliano sotto ogni aspetto, tranne per il pelo. Entrambi possono essere trovati nei monasteri o con i nativi più ricchi ed influenti.

Quale che sia la sua misteriosa origine, il Khyi Apso nasce oggi, seppur molto raramente , da cucciolate di normali Do Khyi, dei quali tende a conservare i medesimi colori pur cambiando la tessitura del pelo, ed è di fatto presente sia nell'altopiano dell'Amdo che nelle valli di Lhasa. Il Khyi Apso muta comunque sostanza parallelamente al cambio delle aree geografiche di appartenenza delle diverse varietà geografiche di mastini. Il suo ruolo è lo stesso del Do Khyi, con i quali si trova a convivere a guardia di sperduti accampamenti nell'altopiano o di mistici monasteri lamaisti. Per altro alcuni esemplari di Khyi Apso sono davvero meravigliosi.

giant  tibetan mastiff

Esemplare del centro Amdo Khyi

Tornando alle separazioni delle tipologie inventate dagli appassionati occidentali della razza, talvolta si rischia di leggere annunci su tristi siti internet di Mastini Tibetano di tipo gigante (quindi si presume in contrapposizione a Mastini Tibetani di tipo non gigante) e questo lascia francamente cadere le braccia e non merita alcuna spiegazione o commento anche vista la tipologia, la genealogia e la reale taglia di buona parte dei cani in questione. In realtà esistono davvero delle differenze di mole importanti tra i vari gruppi di cani aborigeni nelle diverse zone del Tibet, con alcuni maschi di poco superiori ai 60 cm al garrese ed altri che scavalcano abbondantemente gli 80 cm, ma come per il pelo anche questa non è una costante assoluta perché cani più piccoli e cani più grandi si possono trovare ovunque, seppure in alcune precise aree con più facilità che in altre.

In tempi più recenti, con il boom del mercato orientale dello Zang Ao, abbiamo assistito alla separazione tra tipo occidentale e tipo cinese, dove il tipo cinese sarebbe, a seconda dei punti di vista, il tipo più mastino, con il pelo più lungo, l'ossatura maggiore e la taglia più grande, e quello occidentale il farlocco con il pelo corto e la taglia minuta. Oppure esattamente il contrario: tipo occidentale sarebbe quello aborigeno, da lavoro, funzionale, mentre quella cinese una invenzione recente per compiacere il mercato.

Così impostata questa separazione risulta terribilmente infantile e poco ortodossa, assolutamente semplicistica e discriminante perché la qualità, la purezza e perfino la sostanza del cane va valutata sul singolo soggetto e non a prescindere dalla sua provenienza.