Centro per lo studio e la selezione del
Molosso del Tibet originale

tibetan mastiff

Mastino Tibetano del centro Amdo Khyi

Il Tibetan Mastiff, la leggenda del mondo canino

di Manfredi Picca

Testo ed immagini depositati e protetti dalla legge italiana ed internazionale sul diritto d'autore. La traduzione, l'adattamento, l'elaborazione, la riproduzione con qualsiasi mezzo - totali o parziali - dei seguenti testo ed immagini sono espressamente vietati in tutti i paesi. Ogni violazione sarà perseguita ai sensi di legge.

Un'arcaica leggenda del Tibet racconta come un anno una terribile alluvione sconvolse la terra: una pioggia torrenziale fece trasbordare i fiumi, il suolo affondò sotto un'immensa distesa d'acqua, innumerevoli animali domestici morirono mentre le persone che sopravvissero patirono la fame e il freddo.

Nel dolore crebbe la paura e la disperazione finché, improvvisamente, dal cielo si irradiarono raggi di luce in tutte le direzioni. In quel chiarore apparve un essere celestiale a cavallo di uno spirito soprannaturale. Da allora un sole nuovo illuminò di nuovo la terra, l'acqua evaporò e l'umanità poté tornare a vivere coltivando l'orzo e il grano, opera che i tibetani ancora oggi proseguono. L'essere celestiale era il Buddha, il salvatore del popolo del Tibet, mentre lo spirito soprannaturale era inequivocabilmente il Mastino Tibetano, da allora noto come Cane di Dio o Cane Santo.

Viene naturale iniziare a parlare del Molosso del Tibet con una delle tante leggende che lo avvolgono poiché esso stesso è la leggenda del mondo canino, razza epopeica sempre a cavallo tra il mito e la realtà fin dai tempi antichi di Aristotele, che lo descrisse quale frutto dell'unione tra cani e tigri basandosi sui racconti di Alessandro Magno che nella sua campagna delle Indie del 326 a.C. si spinse fino quasi alle pendici dell'Himalaya. Molti secoli più tardi fu l'esploratore per antonomasia, Marco Polo, a lasciare scritta quella che ancora oggi è la più celebre citazione sul Mastino del Tibet:

"Egli hanno grandissimi cani, mastini alti come asini dalla voce e dall'aspetto leonini."

tibetan mastiff engraving

Incisione del 1836 ca. Raffigura un Mastino Tibetano esposto nello zoo di Londra. Collezione Amdo Khyi

La taglia enorme, l'aspetto e il carattere paragonati continuamente a leoni o tigri, la voce più simile a un ruggito che a un latrato, sono le descrizioni che si inseguono e si ripetono immutate nei secoli per opera di diversi esploratori e missionari che attraversarono il Tibet in epoche diverse imbattendosi in questi cani formidabili, talvolta mettendo in dubbio la loro stessa appartenenza alla specie canina.

L'aura leggendaria ed antica del Mastino Tibetano, la sacralità e il mistero che lo accompagnano da sempre, la sua sconvolgente bellezza, il suo carattere austero e il mistico potere che gli viene attribuito di protezione contro il maligno, hanno spinto i suoi osservatori a coniare nel tempo gli appellativi di Re dei Cani, Cane Divino e Divino Cane Orientale.

L'origine del Molosso del Tibet si perde nella notte dei tempi, si confonde con l'origine stessa della storia dell'uomo. In effetti la teoria più diffusa ed accreditata vuole il Mastino Tibetano padre fondatore di tutte le razze di tipo molossoide, nonché la razza canina più antica tra quelle oggi esistenti, diffusosi in Occidente in diverse epoche storiche per dare vita a due grandi gruppi di cani: i Cani da Montagna (San Bernardo, Cane dei Pirenei, Terranova, Pastore del Caucaso, etc.) ed i Mastini (Mastino Napoletano, Mastiff Inglese, Dogue de Bordeaux, Bulldog, etc.). Ad accreditare questa teoria basata, da sempre, sullo studio dell'origine della civiltà umana, sulla storia dello spostamento dei popoli, sui ritrovamenti archeologici e sulle caratteristiche stesse, primitive ed uniche, del Mastino Tibetano, ha recentemente contribuito anche la scienza con l'analisi e la comparazione del DNA.

tibetan mastiff gengis khan

Disegno che raffigura Gengis Khan con il suo esercito e un grande Mastino Tibetano bardato per la guerra. La colonizzazione mongola fino al cuore dell'Europa arrivata alla massima espansione nel 1279 ha consentito la creazione di diverse razze occidentali derivate dai Mastini Tibetani da guerra che seguivano l'esercito. Collezione Amdo Khyi

In particolare uno studio eseguito nel 2008 dal reparto di genetica riproduttiva ed evoluzione molecolare dell'università di Nanjing, in Cina, ha comparato il DNA mitocondriale del Mastino del Tibet con quello del lupo e di altre razze canine, alcune di esse appartenenti al suo stesso ceppo morfo attitudinale, altre no. L'indagine ha quindi rilevato che la separazione del Mastino Tibetano dal progenitore selvatico è avvenuta 16.000 anni prima delle altre razze oggi conosciute (leggi lo studio). Per questa sua incredibile progenie viene spesso chiamato Wolrd Stud Dog (Stallone del mondo).

L'esatta filogenesi del Molosso del Tibet non è, tuttavia, ancora chiara e forse non lo sarà mai. Possiamo ipotizzare che questo cane formidabile discenda dal Lupo Tibetano (sottospecie di Lupo Grigio) comunemente chiamato Wolly Wolf, "Lupo Lanoso", per il suo pelo lungo e folto. E in effetti il lupo tibetano attuale risulta compatibile con l'evoluzione del cane in generale e del molosso in particolare, anche per due precise caratteristiche che lo distinguono tra tutte le altre sottospecie di lupo: gli arti brevi e la conformazione della mandibola. D'altronde lo stesso Mastino Tibetano conserva caratteristiche ancestrali uniche tra tutte le razze canine e riscontrabili invece solo nel lupo selvatico; unico estro annuale (non due come gli altri cani), denti canini molto sviluppati (i più sviluppati tra le razze di tipo molossoide), abbaio preventivo (come il lupo vocalizza preventivamente per allontanare eventuali avventori, altrettanto fa il Mastino del Tibet nel suo territorio per affermare la sua presenza e scoraggiare intrusioni).

tibetan mastiff siring

Disegno del 1876 fatto a bordo del vascello Serapis che riportava a Londra dalle Indie il Principe di Galles con il famoso Mastino Tibetano Siring. Collezione Amdo Khyi

Nel 1774 l'inviato britannico in Tibet George Bogle, nei ricordi della missione, descrive il Mastino Tibetano: "grande e forte come un leone”. Bogle racconta anche di come il Mastino Tibetano venisse tenuto: legato a catena durante il giorno e liberato la notte, tradizione che continua ancora oggi ed alla quale si deve il nome originale della razza Do Khyi (cane da legare).

Nonostante il suo ruolo così determinante nella storia della formazione delle razze europee e la sua importante presenza nella storia dell'uomo, fu solo nella seconda metà dell'Ottocento, quando l'India passò sotto il controllo della Corona Britannica, che arrivarono in Occidente i primi Mastini Tibetani documentati dell'era moderna. Nel 1847 il Vicerè delle Indie fece dono alla regina Vittoria di un maschio chiamato Bhout, mentre nel 1876 il Principe di Galles riportò dalle Indie il celebre Siring, soggetto dalla taglia importante secondo i documenti dell'epoca. Altri, pochissimi, esemplari arrivarono fino agli anni Venti del Novecento, importati da nobili, ambasciatori ed alti graduati dell'esercito, e in grande parte finirono ospitati all'interno degli zoo di grandi città Europee. E fu proprio negli zoo di Londra e di Berlino che si registrarono le prime cucciolate occidentali. In particolare a Londra dove per opera di colonnello Eric Bailey e di sua moglie, ebbe luogo tra il 1928 ed il 1950 un vero e proprio centro di selezione del Molosso del Tibet paragonabile solo al moderno Amdo Khyi.

engraving tibetan mastiff

Incisione di W. H. Lizars fatta su disegno di J. Stewart nel 1840. Raffigura un Mastino Tibetano esposto nello zoo di Londra. Collezione Amdo Khyi

La seconda guerra mondiale segnò una forte battuta d'arresto nei primi tentativi di riproduzione della razza, mentre il concatenarsi di un evento storico inatteso sancì il principale pregiudizio per lo sviluppo del Molosso del Tibet fuori dai confini geografici della sua terra. Nel 1951 i crescenti problemi diplomatici tra il Tibet e la Cina sfociarono nell'occupazione del territorio tibetano da parte della neo Repubblica Popolare e nei successivi accordi per la cessione della politica estera del Paese delle Nevi al governo cinese. I confini del Tibet furono chiusi e tali rimasero al mondo per oltre un ventennio. Tutti i primi esemplari arrivati in Europa si estinsero senza lasciare discendenza, compresi quelli del colonnello Bailey e dello zoo di Londra dei quali, già nel 1957, non restava più nessun superstite.

La storia occidentale riprese solo a partire dalla fine degli anni Sessanta: i ricercatori e i pionieri del moderno Mastino Tibetano, soprattutto olandesi ed americani, furono obbligati ad importare il Do Khyi (o almeno quello che loro ritenevano tale) dai territori di frontiera, rivolgendosi in particolare al versante himalayano del Nepal. D'altronde all'epoca (e in qualche caso ancora oggi) il Tibet veniva strettamente identificato con l'Himalaya, dimenticando che in realtà questa immensa catena montuosa segna solo l'inizio di un territorio assai più vasto, superiore per estensione all'intera Europa centrale. Un territorio costituito in larga parte da sconfinati altopiani e praterie d'alta quota adagiate tra vette perennemente innevate.

tibetan mastiff amdo khyi

Mastino Tibetano del centro Amdo Khyi

Un territorio incontaminato e bellissimo ma difficile da vivere e nel quale, a causa delle inesistenti reti di trasporto e di comunicazione, e quindi delle difficoltà intuibili ed oggettive di muoversi al suo interno, i pastori nomadi rimanevano distanti gli uni con gli altri anche per anni; le occasioni di contatto e i coinvolgimenti tra le persone erano (e lo sono ancora oggi nelle zone più periferiche e rurali) molto pochi. E proprio grazie a questa chiusura relativa tipica della regione dell’altopiano tibetano, non solo la dispersione genetica del Mastino è stata estremamente debole, consentendo la sua conservazione in purezza nei secoli, ma anche le comunità interne dei mastini hanno potuto fissare nel tempo caratteri morfologici distintivi e riconoscibili.

Si sono quindi sviluppate diverse tipologie geografiche di Mastino Tibetano, e in particolare 2 varietà morfologiche immediatamente riconoscibili: il tipo tigre, con un pelo di copertura più corto e una testa molto pesante, e il tipo leone, con il pelo molto lungo, una criniera marcata e una testa proporzionalmente più leggera. Questa variabilità interna alla razza rende complicato definire un solo ed unico modello di cane ideale, ma il sentimento che si dovrebbe sempre provare davanti ad un vero Mastino Tibetano è la sensazione di enormità. Un'enormità fatta dalle proporzioni molto prima che dalle effettive misurazioni. Ma una enormità fatta anche dalla sua anima, dal suo carattere.

kundun tibetan mastiff

Mastino Tibetano del centro Amdo Khyi

A contribuire in modo sensibile alla sensazione di magnifica imponenza del Molosso del Tibet è infatti anche la fierezza che trasmette, il timore che suscita, il rispetto che impone. Come per l'aspetto, anche il carattere è parte integrante della sua leggenda e del suo antico fascino fin dai tempi di Aristotele che arrivò ad ipotizzare che questi misteriosi cani fossero incrociati con la tigre.

Il ruolo del Mastino Tibetano in Tibet è sempre stato esclusivamente quello del guardiano dei monasteri e dei rukor (accampamenti di tende) nomadi. Legato ad una pesante catena di ferro e munito del tradizionale Kekhor (grosso collare di pelo di Yak tinto di rosso, finalizzato alla protezione del collo negli scontri con le fiere al pari del nostro vraccale puntato, ma altresì emblema di controllo e di potere nella simbologia tibetana del colore rosso), veniva sciolto all'occorrenza e a lui spettava la protezione di donne, vecchi e bambini da orsi, lupi, leopardi delle nevi e predoni Khampa, soprattutto quando le carovane di uomini e yak si mettevano in viaggio per scambiare il sale e l'orzo. Il mastino, il Do Khyi, era dunque un cane stanziale, finalizzato esclusivamente alla guardia nelle valli, nell'altopiano o nei monasteri e nelle residenze dei ricchi commercianti. Questo ruolo pluri secolare ha forgiato un carattere molto forte, riflessivo, indipendente, calmo ma incredibilmente veloce nel trasformare una necessità in azione, estremamente diffidente ed intollerante con gli estranei, soprattutto all'interno del suo territorio dove niente e nessuno riesce ad intimorirlo o corromperlo.

amdo khyi tibetan mastiff

Femmina di Mastino Tibetano del centro Amdo Khyi

Allo stesso tempo ha sviluppato una naturale predisposizione verso le donne e i bambini, o comunque i soggetti più deboli dei quali, per secoli, è stato il responsabile nella sua mistica terra (la più celebre e ripetuta icona del Molosso del Tibet lo vede vicino ad una giovane donna tibetana che tiene in braccio il suo bambino). Profondamente esclusivo, attaccatissimo al suo padrone e alla sua famiglia, il Mastino del Tibet difficilmente si dimenticherà delle persone che lo hanno cresciuto, anche a distanza di anni. La sua leggendaria dignità, che poco ha a che vedere con il mondo canino, lo porterà ad essere sempre fedele alle persone che rispetta e che lo rispettano, mentre non accetterà mai una educazione ed una convivenza basata sulla sua presunta sottomissione coatta.

Il Mastino Tibetano è un vero e proprio monumento vivente, vestigio di altri tempi scolpito dai millenni, emblema morale della dedizione senza dipendenza, totem sceso tra noi da una terra mistica, un luogo ascetico e silenzioso adagiato tra le nuvole.